La valle del Marta tra Tuscania e Tarquinia

La valle del fiume Marta è una delle più belle della Tuscia, sebbene presenti diverse problematicità, a cominciare dall'inquinamento delle acque (non gravissimo ma ben visibile). Rappresenta, secondo me, un grandioso esempio di "dialogo" tra uomo e natura, con un equilibrio che solo recentemente sta scricchiolando, ma che per secoli è stato quasi perfetto. Pascoli a perdita d'occhio, campi coltivati, boschetti, colline e pareti tufacee, con una serie infinita di ecotoni (passaggi tra ecosistemi diversi) in grado di dare rifugio e sostentamento a rettili e anfibi, uccelli rapaci (bianconi, grillai, gheppi, poiane, albanelle ma anche civette, barbagianni, e altri rapaci notturni), cinghiali, volpi, istrici, e così via, pur fornendo all'uomo il sostentamento grazie ai prodotti della terra.


Inoltre, la valle costituiva una importante arteria viaria, anche perché il fiume era in gran parte navigabile. Sul colle a sinistra nella foto, nella macchia, si trovano i resti del castello di Ancarano; di fronte, ci sono quelli, altrettanto suggestivi, di Pian Fasciano. In mezzo scorre il fiume, guardato a vista dai due manieri, che in tal modo vigilavano sulle incursioni degli eserciti nemici, e dei Saraceni in particolare, che potevano provenire dal mare, da Tarquinia, anzi da Corneto per essere esatti, che si vede sullo sfondo. Le antiche strade che seguivano il corso del fiume ancora sono percorribili, ancora consentirebbero di raggiungere la costa, a piedi, in bicicletta o a cavallo, immersi in una natura incantevole, tra mandrie di vacche maremmane con il loro codazzo di aironi guardabuoi.


Certo, non tutto è così perfetto, come dicevo. A parte i problemi del fiume, c'è il poligono di Monteromano che limita i movimenti (ma di fatto protegge la sponda sinistra della valle...), c'è il bracconaggio, e ci sono le centrali idroelettriche. Queste ultime, però, sono anche una risorsa, non solo energetica, ma anche paesaggistica. Risalgono ai primi anni del XX secolo, e sfruttano il dislivello esistente tra la parte alta della valle e le rive del fiume, dove sono costruite. Ce ne sono diverse, almeno quattro in questo tratto del Marta. Un canale preleva l'acqua a monte e poi lo distribuisce, anche grazie a passaggi sotterranei, alle diverse centrali. Grazie a una condotta forzata, l'acqua viene portata dal canale di nuovo verso il fiume, mettendo in moto le turbine. Quando il fiume di acqua ne porta parecchia, il surplus viene scaricato grazie a dei Bypass, creando cascate a volte molto scenografiche e di aspetto completamente naturale: delle piccole "Marmore" della Tuscia.


Un arricchimento paesaggistico, in fondo. Tra l'altro questo tipo di centrali (in effetti molto piccole) ha un impatto assai minore di quelle che richiedono lo sbarramento dei fiumi con una diga e anche di un impianto eolico o fotovoltaico, specialmente quando la centrale viene costruita con forme architettoniche interessanti (peccato per certi restauri moderni a colpi di cemento). 


Insomma, credo che la convivenza tra l'uomo e la natura, tra le necessità produttive e quelle del paesaggio siano compatibili, se solo si esce da una mentalità meramente speculativa, e si ragiona su quello che si fa. Cose d'altri tempi. Che però andrebbero recuperate...

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