San Savino a Tarquinia

La Civita di Tarquinia è uno dei luoghi più ameni e interessanti della Maremma laziale. Innanzitutto lo è dal punto di vista archeologico, visto che qui sorse la "vera" Tarquinia, quella Etrusca (l'attuale è l'antica Corneto), e poi vi sopravvisse quella medievale, distrutta successivamente dai cornetani, ma lo è anche da quello naturalistico e paesaggistico.


Nella foto sopra, si vede la collina dove sono i resti della fortificazione a difesa della Tarquinia medievale, edificata sull'acropoli della città etrusca. Sullo sfondo, Montefiascone.

Tutta l'area è un in realtà un vasto insieme di pascoli, campi coltivati, boschetti e prati a ferula e steppa mediterranea, in mezzo ai quali compaiono i ruderi antichi. Insomma, il classico paesaggio da Grand Tour. Lungo i bordi dell'altipiano, che precipitano nettamente sulla valle sottostante, si trovano diversi ambienti rupestri, tra cui la chiesa di santa Restituta e quella di san Savino, che sorge a breve distanza dalle sorgenti omonime.


Le sorgenti sono di chiara origine artificiale: un cunicolo, infatti, convoglia le acque nel fosso (naturale) che normalmente ha una portata legata alle piogge, e dunque è il più delle volte a secco. La sorgente invece, legata alla sapienza degli Etruschi, permette di avere il prezioso liquido tutto l'anno. I monaci della vicina chiesa rupestre, legata all'Abbazia di San Salvatore al Monte Amiata, ne avranno certo approfittato!


La chiesa venne realizzata sfruttando una necropoli d'epoca romana: di epoca medievale è certamente il "lucernario " (che appare come un pozzo) che nella foto sopra è visibile in fondo sulla sinistra, scavato per dare luce (e aria) all'ambiente oscuro. Nicchie, arcosoli e sarcofagi ancora resistono all'interno del vasto ambiente ipogeo, di raro fascino.


Purtroppo, la chiesa è oramai agibile solo strisciando sul fango secco che ne occlude l'ingresso e ne riempie una gran parte dell'interno. In molti punti l'altezza tra pavimento e soffitto è oramai inferiore al metro, e occorre camminare (si fa per dire) carponi sfruttando anche le mani, come ho fatto io per realizzare, con grande difficoltà, le foto sopra.

Dal lucernario e dalle altre aperture, infatti, la terra rimossa dalla pioggia e fattasi fango, entra nell'ipogeo, colmandolo. Tra un po', non sarà probabilmente più possibile accedervi, cosa che magari lo proteggerà per le generazioni future, speriamo più sensibili alla salvaguardia del nostro patrimonio culturale!

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