Capalbiaccio

A me piacciono i ruderi. Chi mi conosce, lo sa. Il perché è difficile da spiegare. Certo, c'è il mito di Indiana Jones e il sentirsi esploratore e scopritore di luoghi abbandonati. Certo, c'è il fascino dei muri crollati nascosti tra gli alberi, e la consapevolezza che quei muri hanno parecchi secoli sulle spalle. Marc Augè diceva che i ruderi ci piacciono perché ci fanno fare esperienza del tempo. Parlava delle aree archeologiche famose e attrezzate ma vale per ogni tipologia di luogo in rovina.


Ma soprattutto, confesso, trovo che i ruderi mi diano un senso di speranza. Sono la prova che l'uomo vince sul breve periodo, ma la natura prevale nei tempi lunghi. Sono la testimonianza, per altri versi, che volendo la convivenza pacifica tra uomo e natura è possibile: se quei ruderi fossero invece abitati e le pareti ancora in piedi, pur se ancora immersi nel bosco (e senza auto, asfalto e cemento), che meraviglia sarebbe! Suggestioni, ovviamente. Ma è bello pensare a questo mentre si passeggia in luogo come, ad esempio, Capalbiaccio.


Il castello di Tricosto (oggi comunemente chiamato appunto Capalbiaccio) sorge a pochi chilometri da (ovviamente) Capalbio, in piena Maremma grossetana, su un colle coperto da un vero e proprio bosco di olivastri. Uno spettacolo! Anche perché alcuni di questi olivastri, che ricoprono tutto il vertice del colle e tra i quali si trovano i ruderi, raggiungono a volte dimensioni enormi.


In verità si trattava di un vero e proprio borgo, circondato da alte mura e abitato da circa 600 persone. Un po' come la Capalbio di oggi (ma senza le casette moderne che la circondano...). Rimangono, nella folta macchia che a tratti rende difficile il cammino, parti delle fortificazioni e qualche edificio più o meno riconoscibile. Eppoi tutta la suggestione del connubio natura+ruderi, che non è poco...


Commenti