Tuscia d’ombra e di luce. Ma soprattutto d'ombra

Fare il fotografo significa avere a che fare con la luce. La prima cosa che insegnano nei corsi di fotografia è che quest'arte consiste appunto nello “scrivere con la luce”: dunque, è con questa che dobbiamo vedercela, e lo scopo primo è domarne le bizze e piegarla alle nostre esigenze. Il fotografo bravo è quello che non solo riesce a scovare il soggetto bello e interessante, ma sa anche riprenderlo nelle migliori condizioni di illuminazione. E' una vita fatta di levatacce prima dell'alba e di tramonti attesi con ansia o di frenetiche consultazione online delle previsioni meteorologiche, nella speranza che ci diano buone notizie (che ci sia il sole se ci serve il sole, o le nuvole, se invece abbiamo bisogno di una luce diffusa). Inseguire la luce è un gravoso impegno, dunque.


A me, però, hanno sempre interessato di più le ombre. Sia in senso reale che metaforico. La luce rivela mentre l'ombra nasconde; la luce urla, l'ombra preferisce sussurrare; la luce afferma, l'ombra invece suggerisce; la luce disegna, l'ombra si occupa di sfumare i contorni e rivelare i volumi. 


Per oltre 15 anni ho lavorato come fotografo editoriale per riviste di viaggi e turismo (con oltre 200 articoli pubblicati), poi ho deciso di guardare anche un po’ dentro me stesso, e non soltanto fuori. Così è iniziata la seconda fase della mia carriera, quella in cui faccio l’artista fotografo, o il fotografo “fine art”, come si usa dire. Avendo girato parecchio, ho compreso che dovevo trovarmi un cantone dove fermarmi, da esplorare e conoscere a fondo: la Tuscia, appunto, cioè quell'angolo di pianeta Terra che per gli umani che la popolano è compreso tra la provincia di Viterbo, quella di Grosseto e quella di Terni (nella sola parte che gravita tutt'intorno a Orvieto). Un angolo di universo niente male. Anzi bellissimo, e ricco d'interesse, per un fotografo appassionato di ombre, visto che la geologia vi ha creato infiniti recessi, gole e anfratti, il cui numero è stato abbondantemente moltiplicato dalle popolazioni che lo hanno abitato per secoli e millenni (i Villanoviani, gli Etruschi, i Falisci, i Romani, i Longobardi, i Bizantini...) e ne  hanno sfruttato la relativamente tenera roccia vulcanica per scavare necropoli, insediamenti rupestri, vie cave, gallerie o cavarne materiali per edificare castelli, fortificazioni, eremi, monasteri e borghi.


Esplorare  questo territorio vuol dire davvero lasciarsi conquistare dal fascino del mistero: che normalmente è una frase fatta, ma che in questo caso è perfettamente aderente alla realtà. Infatti, sebbene gli archeologi abbiano fatto enormi passi avanti nello studio delle antiche popolazioni, il modo di vivere, di pensare, di pregare, di rapportarsi al mondo circostante di queste antiche genti ci è ancora ignoto, almeno nell'aspetto più profondo e, per così dire, intimo. Ci restano, però, i segni impressi nella pietra, i muri crollati dei castelli, le forre selvagge in cui si scoprono tracce di antiche frequentazioni, e tutto ciò ci restituisce in pieno la sensazione di quell'insondabile distanza che è il tempo, a cui fanno costantemente riferimento, nei loro scritti, i viaggiatori del passato, come George Dennis o D.H. Lawrence, le cui orme ho idealmente ricalcato, con una diversa prospettiva, naturalmente, una diversa coscienza, e certamente con molte meno competenze archeologiche, ma con lo stesso, identico, spirito avventuroso. Quello spirito che nel XIX secolo o anche agli inizi del secolo successivo poteva trovare di che nutrirsi anche a pochi passi dalla propria abitazione, e che oggi non riusciamo a trovare nemmeno viaggiando verso Samarcanda, le foreste del Borneo o dell'Amazzonia.


L'avventura è infatti una categoria dello spirito, è un modo di porsi e di pensare. Non può essere pianificata, né tanto meno acquistata a pacchetti preconfezionati in qualche agenzia di viaggi. L'avventura inizia nella nostra testa, e lì trova il modo di esplicarsi. Come diceva il poeta Orazio, “coloro che percorrono i mari mutano cielo, non animo”.

Io la mia avventura l'ho trovata a breve distanza da casa, in quella Tuscia che mi regala sempre nuove emozioni. 


Per me che in passato ho vissuto a sud di Roma, praticare l'escursionismo voleva dire scalare le vette calcaree dell'Appennino laziale, con le loro groppe coperte di faggi, la scarsità di acqua superficiale, i vasti pascoli aridi e le vedute panoramiche. Poi, un giorno, scoprii per caso un libro, curato dalla Legambiente di Civita Castellana, che parlava della via Amerina: incuriosito, andai a fare una passeggiata. Fu un'autentica rivelazione! Tutto era diverso da ciò che mi era stato sino ad allora usuale (e già questo fa molto “viaggio”), dai colori alle atmosfere, dagli odori alle forme, finanche alla consistenza della vegetazione, che appariva più “grassa” e prorompente. E poi c'erano quelle straordinarie testimonianze archeologiche: dal grandioso ponte romano sul fosso dei Tre Ponti (anche i nomi avevano un sapore diverso!), alla Tomba della Regina fino all'apoteosi del cavo degli Zucchi, con un catalogo completo di tutte le tipologie possibili di sepolture d'epoca romana, dagli arcosoli alle semplici nicchie, dalle tombe nobiliari a quelle riutilizzate più volte, magari nel Medioevo. Tutto attirava l'attenzione, tutto lasciava senza fiato. E' stato amore a prima vista. E non solo e non tanto per tutto quello che avevo visto, ammirato, fotografato in quel primo approccio, per l'archeologia o la natura (mai così armonizzate come in luoghi come questo), ma soprattutto per ciò che non avevo visto, scoperto o fotografato, ma solo percepito. Per gli sguardi (chiamiamoli così) che sembravano provenire dagli ingressi neri delle grotte, per i sussurri che parevano risalire dalla terra stessa, quando la calpestavo, per gli umori di umido e essenze antiche, che lasciavano intontiti e vagamente sgomenti me e i miei amici durante quella prima passeggiata (e quasi ogni volta, nelle successive scorribande). 

Per le ombre, insomma. Soprattutto per le ombre!

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