Puzzle fotografici dalla Tuscia

Prima che arrivasse il digitale, i turisti andavano in giro con compattine, rigorosamente a pellicola e a volte di qualità francamente discutibile. Caricate con pellicole negative a colori (imperava la Kodak, allora!) o a bianco e nero (per quelli più attempati), queste fotocamere facevano del loro meglio per fissare i ricordi del viaggio, ma avevano un grosso limite (frequente anche a molte compatte digitali di oggi): avevano obiettivi davvero poco grandangolari. Quando si fotografava un monumento, non si riusciva a "farcelo stare tutto dentro"! E allora si usava un piccolo trucchetto: si scattavano tante foto, cercando di coprire l'intera superficie del soggetto e poi, a casa, ritirate le stampine 10x15 dal laboratorio, si lavorava di pazienza e nastro adesivo per comporre quello che gli anglosassoni chiamano "joiner", un collage di immagini che finivano per dare una fotografia grande, panoramica e soprattutto... imprecisa! Era il precursore dello "stitching" digitale di oggi...


Solo che lo stitching, grazie ai potenti algoritmi dei programmi tipo Photoshop, produce foto perfette, mentre allora si vedevano i margini delle foto sovrapposte e tutto appariva, come dire, un po' traballante! Eppure quelle composizioni avevano il loro fascino. E allora le ho riprodotte in digitale, montando una a una le foto, al computer, cercando di operare come si faceva un tempo. Ecco i risultati su due soggetti che amo molto, la chiesa di Santa Maria Maggiore a Tuscania e la cosiddetta "Piramide Etrusca" di Bomarzo. In fondo per fare un viaggio, non occorre fare tanta strada, basta avere immaginazione...


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